Le intolleranze alimentari nei cani


La prima pubblicazione sullo studio delle intolleranze alimentari negli animali risale al 1970 ed in questo a altri lavori successivi viene messa in evidenza la difficoltà di individuare e descrivere questa condizione che spesso si manifesta in forma mascherata e con sintomi apparentemente scollegati tra loro e dalla sostanza o sostanze che li hanno causati.

Oltre ai più comuni sintomi gastrointestinali, le intolleranze possono scatenare tutta un’altra serie di manifestazioni che vanno da quelle dermatologiche a quelle comportamentali. Interessante a questo proposito uno studio di alcuni anni fa condotto dalla Facoltà di Veterinaria dell’Università degli Studi di Pisa in cui sono stati messi in relazione l’assunzione di determinati nutrienti e l’insorgenza di specifiche sintomatologie sia organiche che comportamentali. I soggetti del gruppo di studio, costituenti un campione disomogeneo per sesso, età e razza, hanno mostrato in prevalenza una sintomatologia dermatologica (67,50%) e un problema di iperattività (43%); le intolleranze maggiormente riscontrate sono state nei confronti del grano (65%) e del latte (35%). Dallo studio  emerge l’ipotesi che le intolleranze alimentari possano rappresentare una concausa nello sviluppo di alcuni disturbi comportamentali nel cane e che potrebbe essere utile quindi includere la loro diagnosi nell’anamnesi del soggetto.

Diversi studi hanno dimostrato che alcuni alimenti presentano maggiori probabilità di causare intolleranze alimentari rispetto ad altri. Per quanto concerne i canii più comuni sono manzo, derivati del latte, pollo, agnello, pesce, uova di gallina, mais, frumento e soia, gli ingredienti più comuni presenti nei cibi per cani. Questa correlazione non sembra essere una coincidenza, nonostante alcune proteine possano essere leggermente più antigeniche di altre, molte sono simili nella forma biochimica e l’incidenza delle reazioni è probabilmente associata alla quantità di esposizione.

La quantità di allergene necessaria a provocare una risposta in animali sensibili può essere anche molto piccola ma deve avere una esposizione ripetuta nel tempo. Di solito l’animale sviluppa reazioni avverse ad un alimento che assume abitualmente anche se si tratta della dieta con cui viene da sempre alimentato.  Dal momento in cui viene manifestata l’intolleranza alimentare, uno o più ingredienti contenuti nella comune alimentazione non saranno più tollerati e si renderanno responsabili dello sviluppo dei segni clinici che possono insorgere anche nel giro di pochi minuti dall’ingestione, ma più spesso si manifestano nelle prime 24 ore e comunque entro 10-14 giorni.

Dalla letteratura emerge che tra le razze più sensibili alle intolleranze alimentari troviamo Pastore Tedesco, Dalmata, Labrador e Golden Retriever, Boxer, Cocker Spaniel, Westhighland White Terrier, Setter Irlandese ma anche molti incroci.

Analizzando poi l’aspetto evolutivo, si osserva che sono stati identificati nel cane 10 geni che hanno un ruolo chiave nell’assorbimento degli amidi e nella metabolizzazione dei grassi contenuti nella dieta. Alcune mutazioni a questo livello hanno fornito il supporto funzionale per un adattamento evolutivo ad una dieta diversa rispetto a quella dei loro “antenati”. Questo spiegherebbe, almeno in parte, l’insorgenza di determinate intolleranze per quei soggetti che evolutivamente non esprimono ancora la mutazione genica adattativa. Questo accade anche nell’uomo ad esempio nei casi di intolleranza al lattosio, zucchero che il nostro organismo non è “geneticamente programmato” ad assimilare e che solo soggetti che esprimono una determinata mutazione adattativa nel loro DNA possono metabolizzare.

Un’altra importante evidenza è data dall’introduzione nella dieta dell’animale domestico di alimenti ad azione nutraceutica (principi attivi alimentari in grado di apportare benefici alla salute),  tra questi i più comuni e presenti nei “pet food” sono varie forme di graminacee, il riso rosso fermentato, i frutti rossi, i prebiotici, la taurina e gli acidi grassi omega-3. Tutte queste componenti addizionali alla comune alimentazione obbligano l’animale ad un progressivo adattamento verso molecole “estranee” con conseguente possibilità di sviluppare reazioni avverse.

Da un punto di vista diagnostico le intolleranze alimentari possono essere individuate sia attraverso diete di esclusione e successivo reintegro nella dieta dell’alimento sia attraverso test ematologici.

Purtroppo la “moda” delle intolleranze alimentari ha fatto si che si sia creato un vero e proprio business, sia diagnostico che terapeutico, anche in ambito veterinario. Alcuni aspetti comunque sono oggi molto chiari: le intolleranze sono ormai una evidenza scientifica nonostante ci siano ancora molti aspetti da indagare. Un buon test diagnostico deve essere in grado di individuare gli alimenti responsabili che, per definizione stessa di intolleranza, non possono essere numerosi nello stesso momento e nello stesso soggetto. Test diagnostici con costi elevati non hanno una loro giustificazione se non come puro business poichè la diagnosi di laboratorio non è diversa da molti altri test utilizzati anche in ambito umano, condotti con metodiche ormai routinarie.

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